MartinaDipendenza dal dolore
"Ti scrivo alle due di notte perché non so a chi altro rivolgermi."
Due lauree, una in psicologia. Sapeva nominare ogni meccanismo della sua dipendenza — dalle relazioni che la distruggevano, dalla sofferenza come unico stato in cui si sentiva viva — eppure non riusciva a smettere. Ha scritto a Jumal alle due di notte, senza troppe speranze. Lui ha risposto quella notte stessa, con una domanda sola: cosa stai cercando di non sentire?
Oggi sta bene. "Non perfettamente, perché la perfezione non mi interessa più. Sto bene in modo reale, in modo mio."
Quello che ho visto cambiare in lei
È arrivata con tutte le parole giuste e nessuno strumento reale. La distanza tra sapere e sentire è il territorio in cui lavoro: il cambiamento non avviene nella testa, avviene nel modo in cui ti svegli la mattina.
WalterDalla prima chiamata, di nascosto
"Lui pensava che fossi un fuffaguru. Ha cambiato idea dopo la prima chiamata."
La sua fidanzata non voleva che parlasse con Jumal: pensava fosse uno di quelli che spillano soldi alla gente in difficoltà. Walter ha fatto la prima videochiamata di nascosto. Nei primi due mesi mandava audio quasi ogni giorno, all'alba e a tarda notte. Alle cinque del mattino un messaggio di buongiorno, e una gara silenziosa a chi arrivava prima: un'ancora fissa nella giornata.
Una ricaduta all'inizio, analizzata insieme senza drammi. Poi, sei mesi senza toccare più nulla. E una frase, detta da lui: per la prima volta in vita sua non si sentiva più solo.
Quello che ho visto in Walter
Non cercava un coach. Cercava un testimone: qualcuno che vedesse la sua storia senza girarsi dall'altra parte.
StefanoDiciassette anni di dipendenza
"Hai salvato la mia vita. Lo so. Te lo dico ogni volta perché ho paura di dimenticare di dirtelo."
Coperto di tatuaggi dalla testa ai piedi, aveva fatto percorsi, programmi, comunità: aveva smesso decine di volte e ripreso altrettante. Quando è arrivato non aveva quasi più niente. Tranne un figlio. Da lì è nato un gruppo di padri su WhatsApp: prima leggevano in silenzio, poi hanno iniziato a rispondersi, poi a vedersi fuori.
Oggi Stefano non tocca più nulla da oltre un anno, e suo figlio lo vede davvero, per la prima volta.
Quello che ho visto in Stefano
Il problema non era la volontà: era la solitudine. La presenza è la terapia. Non le parole: la presenza costante di qualcuno che non se ne va.